Quando la lotta paga.

I rider dopo giorni di proteste verso il contratto nazionale.

 

Di fronte alle prolungate e partecipate proteste e scioperi dei rider, che hanno avuto come centro soprattutto Milano, il colosso JustEat si è pronunciato di voler assumere veri e propri rider come dipendenti dell’azienda, entro il 2021. Anche se è solo un’affermazione fatta dal manager di JustEat, Daniele Contini, alla stampa, è un segnale indubbiamente positivo che dimostra, un volta di più, che la lotta paga, se un colosso della fornitura di cibo a domicilio si è vista costretta a impegnarsi pubblicamente ad assumere dipendenti in forme regolari.

L’uscita pubblica di JustEat sconfessa altresì Assodelivery, l’associazione di categoria, e, praticamente rigetta il contratto capestro per i lavoratori che questa categoria padronale ha sottoscritto di recente (il 3 Novembre 2020) col minoritario sindacato di destra Ugl, che, una volta di più, ha dimostrato il suo servilismo verso i padroni.

I sindacati confederali e quelli di base e autonomi continuano le agitazioni e gli scioperi per richiedere a gran voce un contratto collettivo nazionale, in quanto JustEat, per la sua dimensione multinazionale, è solita promuovere contratti aziendali e non è solita muoversi negli ambiti locali o nazionali. JustEat ha dichiarato che lascerà ai propri dipendenti la scelta del tempo pieno e del part-time, in modo da abbandonare le vecchie formule del cottimo che sono proprio nel mirino degli scioperi e che invece il finto contratto firmato da Ugl prevedeva ampiamente. La proposta del colosso JustEat è essenzialmente un contratto aziendale che non ha nulla a che fare con il contratto nazionale, che deve coinvolgere tutta la categoria dei rider, come richiedono a gran voce tutti gli altri sindacati. L’epicentro delle proteste in queste ultime settimane è stata la città di Milano. I rider sono arrivati al punto di rallentare il servizio, creare falsi incidenti per usufruire di soste per mangiare e di rifiutarsi di fare consegne per la forte pressione e l’impossibilità umana di fare tutto ciò che veniva loro impartito, non curanti dell’impossibilità di fare, soprattutto in periodo di coronavirus e di fronte alla mancanza di strumenti di sicurezza adeguati per la loro vita e quella dei clienti. Gli scioperi poi hanno scatenato il blocco quasi totale delle consegne con grave danno a tutta la filiera. Di fronte a questi gravi fatti. Il Ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha convocato, l’11 Novembre 2020, un tavolo di confronto in videoconferenza tra le varie parti in causa. Dal primo incontro, anche senza dichiararlo ufficialmente, è decaduto il precedente contratto firmato da Ugl e Assodelivery e si sono avuti i primi spiragli per una soluzione della vertenza. CGIL, CISL, UIL hanno sottolineato fermamente che occorre dare un Contratto Collettivo Nazionale ai rider, richiamandosi al Contratto Nazionale dei lavoratori della Logistica, che recentemente si è dotato di un protocollo dedicato a questa tipologia di lavoratori. I sindacati di base hanno invece insistito su un contratto collettivo nazionale partecipato dedicato propriamente alla figura professionale dei rider. L’amministratore Delegato di JustEat, Contini, ha parlato di “scelta di una strada diversa” e si è detto disponibile a trattare con governo e sindacati su come regolarizzare le assunzioni decise. È chiaro che, dietro questa presa di posizione del colosso JustEat, vi è il tentativo dello scambio cotratto-assunzioni in cambio di detassazioni e agevolazioni da parte del governo. La ministra Catalfo ha parlato di un incontro positivo e ha dato appuntamento a proseguire la trattativa la prossima settimana Meno soddisfatti dell’incontro sono apparsi i sindacati di base e indipendenti (definiti “union dei rider” dai nostri mass media), che hanno definito l’incontro ministeriale sin’ora un nulla di fatto, solo fumo e aria fritta, e ribadendo la richiesta di poter contrattare la forma della subordinazione, proprio a “partire dalla disponibilità espressa da JustEat”. In poche parole questi ultimi vorrebbero che la trattazione sia invogliata ad assunzioni fisse e garantite, con un contratto collettivo nazionale che, oltre ad abolire il cottimo (cosa che pure CGIL, CISL e UIL sono d’accordo), non vada a sminuire la parte salariale in cambio della stesura di un contratto collettivo nazionale. Cioè, in poche parole, i sindacati di base temono che, come in passato è già successo, in altri settori del lavoro, si garantiscano diritti in cambio di paghe da fame. Anche perché, se dovessero permanere paghe da fame, il cottimo, anche se non più previsto nel nuovo contratto nazionale, e sbattuto fuori dalla porta, verrebbe automaticamente e subdolamente ripristinato in altre forme, in nero per esempio, e rientrerebbe tranquillamente dalla finestra. Per questi motivi, questi sindacati sono molto dubbiosi su ciò che potrà venire fuori dal contratto collettivo nazionale e consigliano i lavoratori di spingere i propri sindacati di riferimento a non svendere le loro misere paghe e consigliano la continuazione dello stato di agitazione sino a che non verrà messo nero su bianco  un nuovo contratto collettivo di lavoro, che dovrà essere sottoposto al voto dei lavoratori.

 

Circolo Culturale Proletario di Genova

 

Novembre 2020